Di progressi linguistici, studenti senior e dubbi esistenziali

P. è uno studente senior. 

Ha pochi denti, non ha capelli, e ha -come gli dico io per ruzzare- 3 gambe, perché ormai cammina aiutandosi con una stampella. 

Addosso trasporta un bel numero di cimici da letto, raccolte sulle panchine della nostra città (mi viene in mente il bellissimo albo L'altracittà), dove si ferma a dormicchiare durante il giorno.

Cambia vestiti una volta a stagione. D'estate jeans, canottiera e giubbottino rosso. Ora jeans e camicia di jeans con l'immancabile giubbottino rosso. 

Il giorno che ha cambiato vestiti mettendosi l'outfit estivo è arrivato a scuola e si è seduto accanto ad A., un'altra studentessa senior. Lei l'ha guardato indignata e gli ha detto "P., noooooo, haram!", indicando il capezzolo che spuntava allegramente dalla  canottiera sotto il suo giubbotto rosso.

Qualche settimana fa, P. ha ricevuto una chiamata durante la scuola. Si è alzato, è uscito e quando è tornato il viso era sconvolto. Suo padre era morto. Suo padre, che aveva 90 anni, come gli piaceva ripeterci quasi fosse un vanto. Anche in quell'occasione, è stata A. che ha pregato per lui e con lui. A. musulmana e P. cattolico che pregano insieme in due lingue lontane. 

A volte P. non ci sente quando parlo, e le persone della seconda fila ridacchiano. In effetti sembra un po' un personaggio di un fumetto. Io pimpo sempre e dico a tutti che li vorrei vedere a imparare un'altra lingua all'età di P. Ma lui non se la prende mai, è come se niente lo scalfisse veramente. Come se tutto ciò che poteva ferirlo sia successo già. 

Oggi sto scrivendo qualche riga di feedback, come devo fare alla fine di ogni trimestre di scuola.

Non sembra proprio l'attività più divertente di una facilitatrice (soprattutto di domenica), però è un momento prezioso per me, perché mi permette di ripensare a ognuna delle persone che incontro in classe, ai loro progressi, a come stanno, a cosa portano a scuola. 

P. frequenta la mia classe da oltre un anno e i progressi linguistici ci sono, ma sono pochissimi. Quello che è evidente è la sua vulnerabilità.

Cosa stiamo facendo per P? Chi parla con lui? Quando usa l'italiano? Perché?

Se continuerà a parlare solo con me, passeranno molti altri trimestri senza miglioramenti.

Perché la vera inclusione non è schiaffarti a scuola o darti una brandina per dormire. La vera inclusione è vedersi, camminare insieme, fianco a fianco.

Chissà se la vedrò mai nella mia vita. Intanto penso a P. Oggi splende il sole, almeno sulla panchina si farà una bella dormita coccolato da questi raggi autunnali.

Che sto facendo, io, per P.?



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