Del primo giorno di scuola, un compleanno e la lotta al patriarcato
Questa mattina non aveva affatto l'oro in bocca.
Me ne sono accorta quando ho sbacchiato la porta di casa e ho capito, ormai troppo tardi, che quello che avevo in mano non era il mio mazzo di chiavi di casa e auto, ma quello dei miei genitori. Non mi sono persa d'animo (non essendo la prima volta in effetti) e ho chiamato nell'ordine:
1) il mio compagno, che magari era in zona ma figuriamoci,
2) mia madre, per allertarla che a fine mattinata sarei stata sotto un temporale, senza bici/auto e soprattutto senza chiavi di casa,
3) la mia collega, per raccattare le fotocopie necessarie per la lezione di oggi.
Riesco ad arrivare a scuola. Siamo in una sorta di centro sociale condiviso con altri gruppi, ma la mattina non c'è quasi mai nessuno. Apro la porta - adoro il momento in cui arrivo e sono da sola, tipo quiete prima della tempesta - accendo luci, apro la finestra, sistemo il pc. Ecco arriva la piccola T., seguita da sua nonna, che oggi sfoggia un cartone in testa al posto dell'ombrello ed entra simulando una sfilata di moda. Piano piano arrivano le altre persone. Sono felice di vedere ognun3 di loro.
Lavoriamo sull'unità 3 di Pari e dispari PRE-A1, leggiamo e ascoltiamo un testo che parla di CPIA, cerchiamo il luogo sulla cartina e poi ci imbattiamo in un numero di telefono. I. mi guarda curioso e dice con un sorrisetto: "Questo numero è vero?". Lo incoraggio: "Dai, prova a chiamare". Il telefono squilla e ci risponde una voce. "CPIA Montagna buongiorno". I. mi lancia il telefono, come se qualcuno lo stesse mordendo. Blatero un "Buongiorno, siamo una classe di italiano di XX e stavamo usando il manuale con il vostro numero di telefono. Abbiamo provato a chiamare!". In quel momento mi pento di non essere sveglia coi social e non aver ripreso la conversazione. "Allora un saluto e buon lavoro dal CPIA Montagna!" ci risponde cortese il signore.
Siamo pres3 bene, oggi siamo in forma. F. scrive "INFRMIERA" alla lavagna, B. legge addirittura una frase intera del testo. Siamo il gruppo più eterogeneo che si possa immaginare.
Aspettiamo S., che la scorsa settimana mi ha contattata per dirmi che era il suo compleanno e voleva festeggiarlo con noi. Ho poi saputo che era stato il suo operatore (è accolto in un progetto) ad accorgersi del compleanno e a dirglielo. S. ha portato 4 bottiglie di Coca-Cola, io ho portato 2 torte disgustose e una candelina. 20 anni, compie S. Ho pensato ai miei 20 anni, quando mi godevo la spensieratezza più totale in una città lontana da quella in cui mi trovo ora e che mi ha insegnato tutto. Io frequentavo l'università, ero povera e fuori sede, ma piena di sogni e di amicizie. Lui lavora la notte per raccattare qualche soldo da mandare "a casa", e arriva a scuola con gli occhi rossi di chi sta morendo di sonno. Anche lui ha sogni e amicizie, e oggi lo festeggiamo degnamente, con musica e sessione fotografica supersonica!
Finisce la festa e inizia la battle tra R. e R., lei è una giovanissima donna e lui un uomo di famiglia. L'uomo ha contattato la donna al di fuori della scuola chiedendole di essere amici. Lei ha rifiutato e l'uomo ha insistito. Dopo un'accesa discussione sulla chat della scuola che ha lasciato tutt3 un po' basiti, oggi mi chiedono di parlare "al mio cospetto". Penso che l'uomo voglia chiederle scusa, e invece no, vuole fare lo splendido. Con gentilezza spiego alla donna che sono sua alleata e all'uomo che "no è no" (riassumo così un luuuungo pippone). Iniziano gli insulti tra paesi. La classe è tutta intorno a noi, unica regola: parlarsi in italiano o inglese. Io sono divisa in tre: un terzo di me è incazzata per il patriarcato che ci circonda, un terzo divertita per lo scambio linguistico-culturale e un terzo meravigliata dalla giovane donna che con una cazzimma da campionessa ha rimesso a posto l'uomo e poi, con le lacrime agli occhi, ha detto al resto della classe (cito) "he has wife and 2-3 kids waiting for him". Lei ha 19 anni e io mi ho pensato che alla sua età non ero assolutamente capace di farmi valere così. Respect sister!
Siamo solo a metà mattina. Arriva il secondo gruppo, o quel che ne rimane, l'allerta meteo ha certamente invogliato tutt3 a restare in casa. Con loro stiamo lavorando sulle parole del lavoro. Contratti di lavoro, turni, orari. Sono solo in quattro, oggi, evento rarissimo. Ci godiamo questo tempo esclusivo e ci facciamo un sacco di domande. L'aspettativa, le ferie e i permessi, dovrei trasformarmi in una sindacalista o consulente del lavoro, ma sono solo una facilitatrice linguistica. Si accontentano, i miei moschettieri di oggi. La lezione finisce, sistemiamo la classe. Chi spazza, chi igienizza i tavoli, chi rimette le sedie. Si chiacchiera.
"F. buono operatore", dice H. a un compagno. "Mio operatore no buono. Io scrivo oggi messaggio, lui legge stasera, risponde domani". Mi strappa un sorriso, il buon H.
E così, nemmeno oggi ci siamo annoiat3. C'è fatica, quando siamo a scuola. Rifletto sempre su quale sia l'equilibrio tra il pretendere puntualità e il venire incontro a chi, per arrivare alla mia lezione, ci mette quasi 2 ore. C'è stanchezza, ma c'è anche uno spazio che cerca di essere sicuro per tutt3, e che tutt3 vogliono preservare tale. Sentiamo che ognun3 è qualcosa, ma che siamo qualcosa anche tutt3 insieme.
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